Con questa puntata abbiamo ospitato Michela Andreolli, CEO di Arke, la startup che porta nelle PMI manifatturiere un software di intelligenza operativa pensato per superare i limiti dei gestionali tradizionali e la fragilità dei fogli Excel.
Figlia di piccoli artigiani, Michela è passata dal capannone al software e poi di nuovo al capannone. La svolta arriva in Google, una delle aziende più ambite in cui lavorare. Proprio lì capisce che per lei non è abbastanza e decide di tornare a occuparsi del mondo reale. Nel dialogo con Gerta Celaj ha raccontato cosa significa guidare un’impresa tecnologica che rifiuta l’idea del «si è sempre fatto così».
Arke, l’intelligenza operativa che supera i vecchi gestionali
Il padre di Michela fa il carrozziere e lei è cresciuta in un ambiente più concreto di quello dei prodotti digitali. Della manifattura la affascina il pragmatismo, perché tutto deve essere al suo posto nel momento perfetto o la fabbrica si ferma. Entra un materiale ed esce qualcosa di diverso che le persone useranno, mangeranno, indosseranno o guideranno. Per Michela Andreolli la vera innovazione nasce quando questo mondo incontra il software, e Arke è l’idea imprenditoriale con cui ha scelto di riunirli. Lavorare con gli imprenditori del made in Italy, il nostro biglietto da visita nel mondo, è una grande opportunità.
Se dopo trent’anni di tecnologia tante aziende italiane si reggono ancora su fogli Excel, è perché, spiega, i grandi del software hanno giudicato quel segmento poco interessante. Una PMI non può permettersi tempi lunghi, centinaia di migliaia di euro solo per l’implementazione e un prodotto difficile da usare. In compenso molti titolari hanno l’azienda in testa e ricordano cosa è successo il 10 gennaio dell’anno prima. Arke porta quella memoria a tutti, dall’operaio al direttore acquisti, perché non vada persa quando l’azienda cresce o arriva un passaggio generazionale.
Michela Andreolli, Arke e la fiducia delle PMI storiche
Nelle PMI storiche la difficoltà più grande è la fiducia. Chi ci lavora è stato scottato per anni e si è sentito dire di non saper usare la tecnologia. C’è persino chi confessa di usare a malapena WhatsApp. Prima di dimostrare che Arke funziona, Michela deve dimostrare di non essere come gli altri. Lo fa con empatia, ricordando a chi lavora lì da trent’anni che se un software è complicato la colpa è del software. Poi propone piccoli progetti pilota, in cui ciascuno scopre da solo di saperlo usare.
Nel manifesto di Arke si legge «rifiutiamo l’idea che sia sempre stato così», una frase che Michela Andreolli porta ogni giorno dentro le aziende. Quando entra in un’azienda, ragiona per first principles, cioè riparte dal perché delle cose. Se le spiegano che un ordine di acquisto si fa cliccando 74 pulsanti, chiede perché lo si fa, chi l’ha deciso e a chi serve quell’informazione. Sul piano culturale, un investitore le aveva detto che le aziende manifatturiere tradizionali non vogliono innovazione. Secondo lei sono proprio queste a capire meglio dove la tecnologia serve, perché hanno bisogni concreti rimasti irrisolti negli ultimi vent’anni.
I temi della puntata
- Perché i grandi del software hanno trascurato le PMI manifatturiere e come oggi si possa costruire un’azienda grande servendo proprio questo mercato così ampio.
- Come il sapere che l’imprenditore ha in testa può diventare intelligenza operativa condivisa, anche in vista di un passaggio generazionale.
- Il peso dell’intelligenza emotiva, che viene prima ancora della tecnologia quando si entra in aziende che diffidano del software.
- Cosa vuol dire rifiutare il si è sempre fatto così e perché accontentarsi di un gestionale che funziona più o meno non prepara l’azienda ai prossimi dieci anni.
- La distanza tra una bella idea e un’azienda capace di diventare uno standard mondiale per la supply chain, e la mole di lavoro che serve a colmarla.
- Il rispetto per le donne nell’industria e il consiglio alle ragazze con un’idea tecnologica forte che temono di non essere prese sul serio.
Chi è Michela Andreolli
Michela Andreolli è CEO di Arke e si definisce una persona molto concreta e pragmatica. Dopo una parentesi nel mondo del software, in aziende tecnologiche come Google, è tornata al mondo della produzione. Oggi va in fabbrica e si siede accanto agli imprenditori per osservarne il lavoro. Del suo percorso da imprenditrice dice di essere ancora all’inizio, con una startup innovativa che dall’idea di business è appena passata alle prime vendite. È convinta che per fare impresa una bella idea da sola non valga niente senza una quantità enorme di lavoro e la voglia di mettersi in discussione.
Sulle donne nel mondo industriale parte dall’idea che il rispetto andrebbe dato per scontato, anche se spesso non succede. Essere donna è l’unica cosa che non ha scelto e, se viene giudicata per questo, non può farci nulla. Perciò cerca di non pensarci e fa quello che ritiene giusto. Non ha la sindrome dell’impostore e pretende di essere presa sul serio. Quando qualcuno non la rispetta lo dice apertamente e, se può, evita di lavorare con quella persona. Alle ragazze consiglia di fare esattamente quello che vogliono e, se qualcuno impone dei paletti, di dirlo ad alta voce, di saltarli o di spaccarli.
Anche Tomas Barazza di wethod è partito dai fogli Excel per costruire una piattaforma gestionale, pensata però per agenzie e società di consulenza, mentre il punto di vista di chi investe nelle startup del software B2B è quello di Gianluca D’Agostino di The Techshop.
Una puntata di Idee Imprenditoriali, il podcast di Gerta Celaj su attività di business e startup innovative, per gli imprenditori della manifattura che vogliono lasciarsi alle spalle fogli Excel e gestionali rigidi, e per chi sogna di vendere innovazione proprio alle aziende tradizionali.